Caro
Paolo, osservando
una serie cronologicamente eterogenea di tue opere, per un mio vago, incongruente
gioco visionario, provo a ridisegnare con la mente il percorso asimmetrico e tortuoso,
forse improbabile, del loro rapsodico rincorrersi e collegarsi nello spazio di
una nostra conversazione.
Fuori da ogni nozione
di continuità e di causalità: camera in cui l'eco talvolta precede
la voce. All'inizio
del percorso c'è il tuo impulso a comporre e "ricomporre" lo spazio per
immagini fluenti, dense di risonanze e riflessi, graficamente consolidate.
Poi
qualcosa cambia: la matrice xilografica si frange in caratteri mobili; la forma
non può più contenere e distanziare: si limita a decomporre i postumi
di una febbrile, inquietante proliferazíone vegetale, di una natura distante
non più descritta e costruita ma segretamente sorpresa nell'atto di imprimersi
in curiosi fossili post-atomici, efflorescenze sfuocate e affastellate.
Tutto
questo avviene senza dramma: in un amorevole stratificarsi degli elementi.
In
uno scbiumante mare vegetale che riporta alla mente le immagini di un microcosmo
biologico luminoso, ogni rigidezza formale è abbandonata, e il colore,
tutt'altro che accordato in senso tonale o impressionistico, grida il suo dissenso
inaspettato in una serie di acide dissonanze.
L'idea di "natura" è
ormai un fantasma della mente, il viaggio prosegue con lo sciogliersi progressivo
delle sembíanze e delle certezze in un processo che non approda banalmente
alle rive usate di un qualche tachisme di maniera; le tue immagini mi paiono piuttosto
il riflesso di un gioco epicureo in cui il cosmo viene lasciato liberamente organizzarsi
attorno ai suoi atomi colorati e di cui tu, in fondo, non sei che il primo
meravigliato spettatore. Pierluigi
Isola |